ITINERARI

L’agriturismo Il Podere è immerso nella natura, alle pendici della Foresta Demaniale dei Monti delle Cesane”, a pochi chilometri da borghi medioevali ricchi di storia e cultura e da luoghi meravigliosi in cui la natura è rimasta incontaminata.

A soli 15km si trova Urbino, una delle più antiche città medioevali e sede della famosa Università di Urbino.

Se si percorrono 10 km si raggiunge la Gola del Furlo, un’oasi naturale incontaminata da esplorare passeggiando immersi nella natura.

Sono inoltre presenti numerosi percorsi per trekking e mountain bike, sia per esperti che per principianti lungo i sentieri dei Monti delle Cesane.

Urbino

L’antica capitale del ducato montefeltresco (35 km da Pesaro) sorge sulla cima di due colli e lungo le loro pendici con i tetti delle case e delle chiese digradanti verso Porta Lavagine a nord-est e verso Porta Valbona a sud-ovest. È una delle maggiori mete del turismo artistico mondiale, per la sua storia e per i tanti monumenti e opere d’arte in essa contenuti.
Ha origini antichissime, ma si ha documentazione solo a partire dal III secolo a.C., quando Urvinum Mataurense assunse la dignità di municipio romano (resti di mura e del teatro). La posizione strategica ne favorì il coinvolgimento nelle lotte che caratterizzarono il periodo feudale, quando si schierò dalla parte dei ghibellini e Antonio da Montefeltro, sedando a Roma una rivolta contro l’imperatore Federico Barbarossa, conquistò sul campo il titolo di conte e la carica di vicario imperiale di Urbino (anno 1155). Fu l’inizio del legame della città con la dinastia dei Montefeltro durato, pur con momenti difficili e contrastati, fino all’estinzione della stessa. I primi contatti con il mondo dell’arte si ebbero al tempo del conte Guidantonio, quando nel 1416 i fratelli sanseverinati Lorenzo e Jacopo Salimbeni furono chiamati ad affrescare l’oratorio di S.Giovanni, seguiti dall’eugubino Ottaviano Nelli e dal ferrarese Antonio Alberti che ad Urbino lasciarono più di un’opera. Dopo la morte di Guidantonio (1443) e l’assassinio del giovane Oddantonio (1444), fu però soprattutto con Federico II da Montefeltro, prima conte e poi duca, che Urbino raggiunse il massimo del suo splendore artistico, soprattutto dopo la raggiunta supremazia territoriale dei Montefeltro, definitivamente strappata alle ambizioni espansionistiche dello sconfitto Sigismondo Malatesta (1463). Fu per volontà del duca Federico che la vecchia dimora medievale dei Montefeltro fu ampliata e abbellita da Luciano Laurana prima e da Francesco di Giorgio Martini poi, fino a diventare lo splendido Palazzo Ducale, capolavoro assoluto (con i suoi ‘Torricini’ e con il suo ‘Cortile d’Onore’) dell’arte rinascimentale e oggi sede della prestigiosa Galleria Nazionale delle Marche che ospita capolavori assoluti come la “Flagellazione” e la “Madonna di Senigallia” di Piero della Francesca e la “Muta” di Raffaello Sanzio. Un’autentica reggia in cui vive eternata la memoria del duca Federico con quella del figlio Guidubaldo e della loro splendida Corte; di sala in sala, dal ‘Salone del Trono’ fino a quell’unicum che è lo ‘Studiolo del Duca’ con il suo splendido rivestimento ad intarsi e la serie dei ritratti degli “Uomini illustri”. È però anche girando per Urbino, lungo le sue ripide strade e stradette, che si incontrano tutte le tessere di un mosaico urbano che reca i segni di una lunga storia artistica e culturale: dalla mole neopalladiana della Cattedrale, ricostruita dal Valadier dopo il terremoto del 1784, al magnifico portale in travertino (con la copia della lunetta di Luca della Robbia) della chiesa di S.Domenico, dalla medievale chiesa di S.Francesco con il bel campanile gotico cuspidato e la grande pala d’altare di Federico Barocci, all’oratorio di S.Giuseppe con il famoso ‘Presepe’ del Brandani, da Palazzo Albani (secoli XV-XVIII) alla vicina chiesa di S.Spirito (sec. XVI), alla casa natale di Raffaello sede dell’omonima Accademia istituita nel 1869. Più in alto la Fortezza Albornoz dai cui spalti la vista spazia in direzione del Palazzo Ducale con i suoi ‘Torricini’, ma anche verso le colline più prossime come quella dominata dalla quattrocentesca chiesa di S.Bernardino, sede del Mausoleo dei Duchi. E ancora, scesi a valle, lo splendido panorama urbano che si gode da Borgo Mercatale con l’incombente volume semicilindrico che racchiude la quattrocentesca Rampa elicoidale di Francesco di Giorgio Martini, sovrastata dalla mole ottocentesca del Teatro ‘R. Sanzio’ e, ancora sopra, dalle absidi, dalla cupola e dal campanile della Cattedrale, affiancate dai finestroni del giardino pensile e del monumentale fronte occidentale del Palazzo Ducale. C’è poi infine la Urbino città degli studi, quella della Libera Università e del suoi moderni Collegi e quella dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche (ISIA), ospitato all’interno del monumentale ex monastero di S.Chiara, e quella ancora della cosiddetta ‘Scuola del Libro’ con la sua meritata fama di fabbrica di talenti artistici nel campo della grafica e delle varie tecniche incisorie.
Ogni anno, in agosto, Urbino celebra se stessa con la Festa del Duca: una rievocazione in costume per le vie del centro a cui partecipano saltimbanchi e mangiafuoco, culminante nella sfida fra contee alla presenza della Corte ducale.

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Gola del Furlo

Con l’istituzione della Riserva Naturale Statale della Gola del Furlo, la Provincia gestisce 3.600 ettari di boschi, prati e cime incontaminate.
È la terza area protetta della provincia e, con i suoi 3.600 ettari di boschi, pascoli e cime incontaminate, fa salire a 10.200 ettari la superficie del territorio di Pesaro e Urbino messo sotto tutela.
Accanto ai parchi regionali del San Bartolo (1.600 ettari) e del Sasso Simone e Simoncello (5.000 ettari), è stata di recente istituita la “Riserva naturale statale del Furlo”. Un autentico paradiso, attraversato dal fiume Candigliano che si insinua tra le imponenti pareti rocciose della Gola, dove la suggestione del paesaggio si unisce a una prodigiosa ricchezza naturalistica che vanta esemplari di flora e fauna davvero singolari. Basti pensare all’aquila reale, al falco pellegrino, al gufo reale, al picchio muraiolo, alla rondine montana, al rondone maggiore e al gracchio corallino. E poi al Furlo vivono lupi, caprioli, daini, cinghiali. La vegetazione che ricopre le cime del massiccio è costituita in prevalenza da querceti con roverella, carpino nero, orniello, acero, sorbo. Assai variegato anche l’habitat fluviale e ripariale, così come ricchissima è la vita che pullula nelle foreste, nei pascoli e nei cespuglieti.
Un serbatoio naturale da proteggere e valorizzare la cui gestione è stata affidata alla Provincia di Pesaro e Urbino. Una decisione assunta dal Ministero dell’Ambiente (sentiti gli enti interessati: Regione, le tre Comunità montane di Cagli, Fossombrone e Urbania, e i Comuni di Acqualagna, Cagli, Fermignano, Fossombrone e Urbino).
Per la gestione della riserva la Provincia può avvalersi anche dell’ufficio unico Sadaf (Servizio aree demaniali e aree forestali) creato dalle tre Comunità montane e con sede a Cagli.
L’istituzione della riserva rappresenta un riconoscimento delle peculiarità ambientali e naturalistiche della zona, già soggetta a numerosi vincoli, che comporta il vantaggio di offrire al territorio maggiori opportunità di tutela e salvaguardia, per esempio interventi di risanamento e restauro, in una programmazione unitaria, con finanziamenti certi che permetteranno di rendere meglio fruibile questo paradiso della nostra provincia. Dalla riserva derivano insomma non solo vantaggi economici per valorizzare tutta l’area (dalla flora, alla fauna, agli edifici rurali), ma anche una progettazione unitaria e maggiori controlli per la tutela dell’area.
Il Decreto Ministeriale prevede anche l’istituzione della Commissione di riserva. La Commissione è stata istituita con Decreto del Ministero dell’Ambiente (febbraio 2002) ed è formata da un esponente del Ministero dell’Ambiente, uno della Regione, uno della Provincia, uno per ogni Comunità montana e Comune interessato, un esponente delle associazioni ambientaliste e uno delle associazioni scientifiche.
E’ in atto la predisposizione del “Piano di Riserva” che, dovrà prevedere gli interventi da realizzare per la tutela e la valorizzazione naturalistica, ambientale e urbanistica della zona e le modalità di gestione della Riserva medesima.
Fino all’entrata in vigore del Piano di gestione della Riserva, la disciplina di tutela dell’area protetta è regolamentata dall’art.6 del Decreto istitutivo

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San Marino

La leggenda fa risalire la fondazione della Repubblica a un tagliapietre originario di Arbe, in Dalmazia, di nome Marino. Egli giunse a Rimini nel 257 d.C. dove lavorò fino a quando, per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani ad opera dell’Imperatore Diocleziano, dovette fuggire. Si rifugiò sul Monte Titano. Personalità carismatica e taumaturgo, sul monte Marino riuscì a coagulare intorno a sè una piccola comunità di cui divenne il punto di riferimento. Il Monte Titano gli fu donato dalla proprietaria, Donna Felicita (o Felicissima)per ringraziarlo di aver guarito il figlio malato. C’era il territorio, c’era la popolazione. Il senso di coesione e indipendenza fu trasfuso alla comunità da Marino. Si narra che le sue ultime parole prima di morire fossero: “Relinquo vos liberos ab utroque homine”. Era il 301 d.C. e il seme dell’indipendenza era stato gettato. Poichè il terreno era fertile, germogliò.

La prima testimonianza di indipendenza di San Marino
Al di là della leggenda, è certo che il Monte Titano con le sue pendici fu abitato fin dai dai tempi preistorici. Lo testimoniano i numerosi reperti custoditi nel Museo di Stato trovati in varie campagne di scavo. Si consiglia la visione delle pagine dedicate ai ritrovamenti archeologici in www.museidistato.sm.
Tra i ritrovamenti più famosi, il prezioso Tesoro di Domagnano, una parure di gioielli in oro tempestati di pietre preziose ora conservata nel Museo di Norimberga.
Il primo documento che testimonia l’esistenza di una comunità organizzata sul Monte è il Placito Feretrano, una pergamena dell’ 885 d.C., conservata nell’Archivio di Stato relativa a una questione di diritti di proprietà su alcuni fondi. Il Placito attesta che i diritti di proprietà facevano capo all’Abate di un Monastero sito a San Marino.

I Primi Statuti e leggi di San Marino
All’epoca dei Comuni la piccola comunità del Monte Titano cominciò a delineare una propria forma digoverno. Il territorio venne denominato allora  “Terra di San Marino”, in seguito risulta denominato come “Comune di San Marino”.
Il corpo sociale affidò il proprio autogoverno all’Arengo o assemblea di capi-famiglia, presieduta da un Rettore.
Con l’aumento della popolazione, accanto al Rettore venne nominato un Capitano Difensore. L’Istituto più importante dello Stato era stato creato. Nel 1243 si nominarono i primi due Consoli, il Capitano e il Rettore, che da allora fino ai giorni nostri si avvicendano ogni sei mesi nella suprema carica dello Stato: si tratta dei  Capitani Reggenti, ovvero i Capi dello Stato.
All’Arengo si deve la definizione delle prime leggi, gli Statuti, ispirati a principi democratici. I primi Statuti risalgono al 1253, ma il primo vero corpo di leggi dello Stato risale al 1295. Gli Statuti furono riscritti e aggiornati fino alla stesura del 1600, che è quella alla quale l’ordinamento fa riferimento.

L’autonomia di San Marino

Furono molte le situazioni pericolose che nei secoli il popolo del Monte Titano seppe fronteggiare consolidando la propria autonomia.
Due volte la Repubblica di San Marino fu occupata militarmente, ma solo per pochi mesi: nel 1503 da Cesare Borgia detto il Valentino e nel 1739 dal Cardinale Giulio Alberoni. Dal Borgia riuscì a liberarsi per la morte del tiranno. Dal Cardinale Alberoni seppe sottrarsi con la disobbedienza civile, chiedendo giustizia al Sommo Pontefice, che riconobbe il buon diritto di San Marino all’indipendenza per volontà del suo popolo.

L’omaggio di Napoleone Bonaparte a San Marino
Napoleone nel 1797 offrì ai sammarinesi amicizia, doni e l’estensione del territorio fino al mare. I Sammarinesi furono grati per l’onore di tali elargizioni, ma rifiutarono con istintiva saggezza l’ampliamento territoriale “paghi dei loro confini”.

L’episodio garibaldino

Nel 1849 il Generale Giuseppe Garibaldi, capo militare dei rivoluzionari che stavano combattendo per unificare l’Italia, si rifugiò a San Marino con circa 2.000 soldati per sfuggire alle armate dell’Austria e di Roma. Tutti trovarono rifugio nel territorio sammarinese. Le autorità riuscirono a evitare l’ingresso delle truppe austriache dando tempo ai garibaldini di lasciare il territorio senza spargimento di sangue.

Il presidente americano Abramo Lincoln cittadino onorario

Lincoln nel 1861 dimostrò la sua simpatia e la sua amicizia per San Marino scrivendo fra l’altro ai Capitani Reggenti “.. Benché il Vostro dominio sia piccolo nondimeno il Vostro Stato è uno dei più onorati di tutta la storia … “.

La neutralità di San Marino durante la II guerra mondiale

San Marino vanta una tradizione di ospitalità eccezionale in tutti i tempi. In questa terra di libertà non furono infatti mai negati il diritto d’asilo e l’aiuto ai perseguitati, di qualunque condizione, provenienza o idea. Durante la seconda guerra mondiale San Marino fu Stato neutrale,  e benché avesse una popolazione di appena 15.000 abitanti, accolse e diede rifugio a 100.000 sfollati provenienti dal territorio italiano limitrofo che era soggetto a bombardamento.

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Gradara

Sorge sul crinale di un colle, ben visibile con la sua robusta cinta di mura e bastioni e con l’imponente mole della celebre rocca. Visione decisamente suggestiva per chi percorre la superstrada adriatica o la statale ad essa affiancata.
Dotato di una prima torre medievale di difesa (il ‘Mastio’) nel 1150, il ‘castello’ di Gradara (Castrum Cretarie) fu reso indipendente dall’amministrazione pesarese ad opera di Piero e Rodolfo De Grifo. Successivamente i Malatesta, dopo aver acquistato il castello dai De Grifo, trasformarono la torre in rocca con tanto di primo girone di mura; successivamente aggiunsero anche i settecento metri del secondo girone con le diciassette torri merlate e i tre ponti levatoi che resero imprendibile il fortilizio. Cessata la dominazione malatestiana, il castello passò agli Sforza che vi lasciarono il loro segno, aggiungendo il bel loggiato interno, lo scalone e gli affreschi che ornano ancora oggi alcune stanze, comprese quelle dell’appartamento ove visse per tre anni Lucrezia Borgia dopo il matrimonio con Giovanni Sforza (1493). Dopo il periodo sforzesco, passò ai Della Rovere fino alla devoluzione del aducato di Urbino lla Chiesa (1631). Solo dopo quasi tre secoli di abbandono e incuria fu l’ingegner Umberto Zanvettori che nel 1920 destinò tutte le sue sostanze al recupero del fortilizio: ciò che avvenne gradualmente, anche ad opera della di lui consorte Alberta Porta Natale fino a quando (1983) non passò in proprietà dello Stato Italiano. Oggi Gradara, oltre la monumentale Rocca, offre al visitatore anche la sua duplice cinta di mura e torrioni con le merlature e i camminamenti di gronda ricostruiti. Fra le mura, l’abitato conserva le sue antiche case e la chiesa di S.Giovanni Battista ove è custodito un pregevole Crocefisso ligneo del XV secolo, mentre nella chiesa del SS.Sacramento è visibile una pala d’altare (“Ultima cena”) di Antonio Cimatori (1595). Presso la Rocca è stata invece trasferita la preziosa pala (“Madonna in trono con il Bambino e Santi”) dipinta da Giovanni Santi nel 1484 per l’antica pieve di S.Sofia.
Vuole un’antica tradizione che fra le mura della rocca di Gradara abbia avuto luogo il feroce assassinio di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta ad opera del tradito Giovanni (Gianciotto) Malatesta detto ‘Lo Sciancato’. Antica storia di sangue resa immortale dai celebri versi di Dante Alighieri.

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Fossombrone

Antica cittadina di origini romane posta nella media valle del Metauro, lungo il percorso dell’antica Flaminia, chiusa tra i contrafforti delle Cesane e il ripido versante settentrionale del colle dei Cappuccini, dista da Fano e dal mare 25 km.
Sorge poco più a monte della piana fluviale dove si estendeva l’abitato di Forum Sempronii, così forse denominato dal tribuno della plebe Gaio Sempronio Gracco quando sorse in applicazione della lex Sempronia (attorno al 130 a.C.). Di quel municipio, distrutto durante le invasioni barbariche, stanno lentamente riemergendo i resti in località S. Martino del Piano dove è stato istituito un importante parco archeologico. La Fossombrone attuale appare distesa fra piano e collina nel punto in cui la valle si restringe e, vista da lontano, è caratterizzata da un digradare di tetti da cui emergono i campanili delle chiese principali e le parti superiori dei maggiori palazzi nobiliari; il tutto sovrastato dalla larga quinta della Corte Alta dei Montefeltro con il suo aereo loggiato (sec. XV-XVI). Ancora più in alto dominano la Cittadella, formatasi al tempo delle scorrerie barbariche, e dalla sommità del colle di S.Aldebrando, i ruderi imponenti della Rocca malatestiano-feltresca con il massiccio bastione carenato incombente sulle case sottostanti. Tutta una serie di edifici storici che ricordano quando Fossombrone, superati i tempi delle lotte e rivalità del periodo comunale volte a contrastare la politica espansionistica di Fano, fu prima soggetta ai Malatesta del ramo pesarese, diventando poi uno dei centri maggiori del ducato di Urbino, fino alla sua devoluzione alla Santa Sede (1631). Gli anni, quindi, che videro sorgere la ricordata Corte Alta, sede oggi del Museo Civico con ricca sezione archeologica e della Pinacoteca Comunale che custodisce un bel gruppo di tele del forsempronese Gianfrancesco Guerrieri (1589-1657). In basso, lungo l’asse porticato del corso, la barocca chiesa di S.Filippo, la chiesa di S.Agostino ristrutturata nel sec. XVIII e, poco più avanti, la Cattedrale, ricostruita a fine Settecento su disegno di Cosimo Morelli. Fra i palazzi, quello Comunale opera di Filippo Terzi (sec. XVI), quello Vescovile con elegante rivestimento a bugnato (sec. XV), quello Seta-Cattabeni (sec. XVI) e la Corte Rossa (sec. XVI), una delle sedi ducali così come la Corte Bassa (sec. XVI), antica residenza del cardinale Giuliano Della Rovere, fratello del duca Guidubaldo II. Ancora più a valle la chiesa di S.Francesco, rinnovata nel sec. XVIII, e la ricca Biblioteca Civica Passionei istituita nel 1784. Una prestigiosa raccolta d’arte è la Casa Museo Quadreria, già del notaio Giuseppe Cesarini e ora proprietà comunale, dove il visitatore può osservare diversi ambienti che conservano intatta l’atmosfera di una casa borghese della prima metà del Novecento e dove si può ammirare un rilevante numero di dipinti di Anselmo Bucci, Achille Funi, Aldo Carpi, Giorgio Morandi, Arturo Tosi, Gino Severini, Walter Lazzaro, Sandro Gallucci, Nino Caffè, Emilio Antonioni e diversi altri ancora, insieme con sculture di Francesco Messina, Marino Marini e Angelo Biancini. Oltre il ricostruito ponte ad unica grande arcata che attraversa il Metauro, sorge il Cimitero, affiancato dalla chiesa e convento dell’Annunziata, costruiti nel sec. XV, ma rinnovati in seguito; subito dopo l’incombente colle dei Cappuccini (m.329) con l’omonimo convento (sec. XVI), uno dei primi dell’ordine che ebbe nel forsempronese Ludovico Tenaglia uno dei suoi fondatori.
A sinistra del Metauro, distesa su un piccolo altopiano (m.580), sovrastante la Cittadella, si estende la Pineta delle Cesane con incorporato il vivaio del Corpo Forestale dello Stato. La sua piantumazione, iniziata nel 1916 dai prigionieri di guerra austriaci, è stata poi continuata con imponenti opere di rimboschimento che ne hanno accresciuto l’estensione per diversi chilometri in direzione di Urbino.

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Monte Conero

Il Parco Regionale Naturale del Conero è un palcoscenico di rara bellezza che comprende un tratto di costa alta, oltre ad un’ ampiafascia collinare interna, caratterizzati da scorci panoramici e da tanta storia. Un’area in totale di 6011 ha ricadenti nei territori diAncona, Camerano, Numana e Sirolo. Di sassi bianchi come la pietra del Conero sono le calette ricavate dal Monte Conero, l’emergenza alta 572 m. a picco sull’Adriatico, unica nel suo genere da Trieste al Gargano.
Le sue pendici orientali sul mare sono costituite da falesie calcaree e nella parte restante è dominato da vaste formazioni mediterranee e boschi misti. Originatosi a seguito di una lunga azione di sedimentazione marina iniziata nel Giurassico, il Monte Conero è emerso nel Pliocene, cinque milioni di anni fa. La presenza di cave dismesse, rende il Parco un ‘libro aperto’ sulla storia geologica della zona e sull’ intera successione stratigrafica dell’ Appennino umbro-marchigiano. Di particolare importanza è lacava di Massignano, divenuta sezione tipo mondiale per il passaggio Eocene/Oligocene, oggi attrezzata per le visite. Istituito nel 1987 per tutelare ricchezza e varietà di flora e fauna e di tesori culturali, il Parco Regionale del Conero vanta numerose peculiarità botaniche come l’euforbia arborescente, la violaciocca e il finocchio selvatico.
Tra le specie di mammiferi la salvaguardia del territorio consente la presenza del tasso, volpe, puzzola, riccio, donnola. Ed anche se non autoctoni ma ormai adottati dall’area protetta, di cinghiali e caprioli. Punto noto di migrazione di rapaci, prezioso per chi ama il birdwatching, non di rado il Parco regala altresì lo spettacolo di aironi in volo o posati in punti di sosta.
Approdo nel IV sec. A. C. dei Greci che hanno risalito le coste meridionali in cerca di città da fondare, nel Conero i Dori hanno gettato le ancore e fissato la dimora, chiamando Komaros (corbezzolo) il promontorio ed Ancon (gomito) la curva settentrionale del Monte. Nel suo punto più alto c’è la Chiesa di San Pietro con i resti del complesso monastico edificato poco dopo l’Anno Mille, dove vengono conservati elementi romanici come i capitelli decorati con motivi floreali o animali.
Nell’Area Protetta è incastonata parte di Ancona, capoluogo delle Marche, la città in cui il sole sorge e tramonta sul mare. E’ entrando dal porto della dorica che se ne apprezzano storia e ricchezze naturali. Da lì, alzando lo sguardo, si ammirano le linee romaniche della cattedrale di San Ciriaco, che con il suo portale vanvitelliano, simbolica porta che unisce l’Oriente all’Occidente, si protende sull’ Adriatico. Altre emozioni anche dopo aver visitato i numerosi monumenti e piazze disseminati in città. Dal Passetto, attraverso una strada panoramica si giunge invece a Portonovo, l’incantevole baia dall’arenile bianco e ciottoloso con i suoi due laghetti salmastri retrodunali, la Chiesetta romanica di Santa Maria, la Torre De Bosis (una torre di guardia settecentesca) ed un Fortino Napoleonico.
Sirolo, borgo medievale, è uno dei gioielli del Conero sviluppatosi entro una rocca fortificata a strapiombo sul mare dove si trovano le spiagge ricercate da chi ama i paesaggi mozzafiato.
Confinante con Sirolo è Numana antico porto piceno rifondato nel V secolo a.C. dai Siracusani. La cittadina offre al visitatore un centro storico caratterizzato da viuzze che si snodano tra casette ed una parte che vive attorno al porticciolo delimitato a nord da una scogliera alta e frastagliata, a sud dalle spiagge attrezzate ed al centro di Marcelli. Come a Sirolo, a Numana sventola laBandiera Blu sinonimo di acqua limpida e servizi efficienti.
In questo quadro si inserisce perfettamente Camerano, dalle antichissime origini, nel cui sottosuolo si dirama un articolato percorso ipogeo. Detta la ‘Capitale del Rosso Conero’, è un eccellente connubio di arte e natura.
L’Area Protetta del Conero, paradiso degli escursionisti, è percorsa da sentieri adeguatamente segnalati che raggiungono l’ apice delle sfumature in primavera, quando le ampie radure sono fiorite. Gli itinerari, percorribili anche in mountain bike o a cavallo, sono praticabili con l’aiuto della segnaletica, della carta per escursionisti e, a richiesta, delle guide del Parco.
I prodotti tipici di questa terra sono il vino Rosso Conero, il miele, l’olio, la lavanda.

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Monti delle Cesane

Tra i Comuni di Isola del Piano, Fossombrone e Urbino, i Monti della Cesana costituiscono un’estesa area verde interessante sotto il profilo paesaggistico e turistico.
Il paesaggio dell’area delle Cesane che perviene all’orizzonte storico della civiltà occidentale è quello di una foresta vergine. Fino ad allora gli uomini erano stati pochi o comunque vivevano sparsi e non avevano alterato sostanzialmente il territorio; ma con la colonizzazione romana e le prime forme di organizzazione sociale, inizia lo sfruttamento su larga scala della foresta e l’aspetto del paesaggio comincia a cambiare. Nella nostra zona la piana e le colline vengono in parte dissodate. Le Cesane divengono una miniera di legname. Il nome stesso di questa dorsale è molto antico e deriva dal latino “caedere”, tagliare e significa probabilmente “luogo in cui si taglia”, o forse direttamente “la tagliata”. Scompare già alloro buona parte della grande fauna forestale, l’estensione della superficie forestale si riduce sensibilmente. All’inizio di questo secolo le montagne sono coltivate fino a quote oggi impensabili, realmente ai limiti, e spesso oltre il possibile. Le Cesane sono intensamente utilizzate: il paesaggio è ora interamente agrario.Ed allora viene intrapresa un’opera di rimboschimento imponente, specie per l’estensione delle aree trattate. Sono terreni fortemente impoveriti e per la piantumazione vengono utilizzati frugalissimi pini neri austriaci, di sicuro attecchimento. Il rimboschimento ha inizio durante la guerra del ‘15 -‘18 e come mano d’opera vengono utilizzati prigionieri di guerra austriaci; in seguito i lavori vengono svolti da enti governativi come, da ultimo, I’ Azienda Statale per le Foreste Demaniali. Il paesaggio cambia ancora, e seppur diverso da quello orignario e chiaramente artificiale, torna ad essere il bosco l’elemento paesaggistico dominante.Il numero dì specie arboree utilizzato per il rimboschimento di quest’area è notoriamente sorprendente, tanto che le Cesane costituiscono un vero e proprio campionario di conifere mondiali, più o meno ornamentali. E così, accanto ai Pini neri d’Austria, che costituiscono la specie più rappresentata, si possono trovare qua e là Pini marittimi (litorale tirrenico), Pini d’Aleppo (Asia Minore, Europa sud-orientale), Cipressi dell’Anizona (Stati Uniti), Cedri dell’Atlante (montagne del nord Africa), Cedri deodara (Himalaya), Cipressi comuni (Mediterraneo), Abeti bianchi (Appennini, Alpi), Abeti rossi (Alpi, Scandinavia, Siberia), Cipressi di Lawson (nord America occidentale) e si potrebbe continuare. Accanto a queste più o meno esotiche conifere si trovano quelle locali, Ginepro comune (bacche blu) e Ginepro ossicedro (bacche rosse). Comunque, con il suolo finalmente protetto, ricomincia a formarsi terreno. In mezzo ai rimboschimenti sui suoli nascenti, anche se diversi da quelli d’origine e ancora embrionali, cominciano ad insediarsi di nuovo le piante autoctone. Sono piantine di Leccio, di Roverella, di Orniello che un giorno, crescendo, finiranno con il soppiantare i rimboschimenti stessi, e quindi con il ridare alla foresta un aspetto più simile a quello originario.